Capita di ascoltare un amico o un conoscente parlare di un viaggio appena concluso. Capita anche che il viaggio in questione l’amico o il conoscente lo abbia fatto in un posto insolito, magari nel terzo mondo, o comunque laddove le condizioni di sicurezza sono precarie e la lista delle vaccinazioni obbligatorie da compiere prima della partenza farebbero tentennare anche il più entusiasta dell’avventura. Succede che l’amico al ritorno descriva dettagliatamente le spiacevoli vicissitudini e le sofferenze fisiche patite e le descriva con la stessa enfasi con la quale il generale di un esercito vittorioso descriverebbe le perdite subite dal proprio battaglione, pieno d’ammirazione e di orgoglio.
C’è qualcosa che accomuna missionari alla ricerca di dio tra i più sfortunati del pianeta e turisti scorrazzati nel tour yemenita dove il solo assaporare col pensiero la probabilità di un rapimento rende semplicemente il viaggio più “vero”.
Il cooperante volontario spesso si muove spinto dalla fede, si aiuta e si fa forza grazie alla provvidenza divina arrivando addirittura allo sprezzo del pericolo, perché tanto “lassù qualcuno mi protegge”.
L’estremista del turismo è uno che si prende rischi altissimi ed accetta di beccarsi per lo meno la dissenteria per poter dire “sono stato nel tal posto dove nessun altro arriva”. Ci dev’essere qualcosa di irrazionale ad animare il pensiero di una persona che avverte il bisogno di abbandonare almeno momentaneamente le agiatezze e le sicurezze della quotidianeità occidentale.
Sembra quasi che dopo un anno vissuto nell’iper-razionale mondo occidentale, si avverta la necessità di mettersi alla prova in situazioni di vera emergenza e precarietà, dal “reality” visto dal divano alla realtà cruda del terzo mondo.
Pubblicato da rumoredifondo